Cosa significa essere medici?

Quali sono le regole da rispettare?

Chi è il paziente?

Qual è il limite che non si deve superare quando ci si rapporta col paziente?

Fino a che punto un medico si può far coinvolgere nella storia di una persona?

Ogni giorno (o quasi), prima di aprire un qualsiasi libro di studio io mi faccio queste domande. Do una rapida occhiata alle pagine, migliaia e migliaia, le sfoglio. Migliaia di pagine con miliardi di parole. Mi chiedo se ne vale la pena. Non sempre la risposta è positiva. La pazienza è spesso messa a dura prova.

Poniamo che sia uno di quei giorni in cui mi dico che si, ne vale la pena. Mi chiedo allora cosa voglio diventare, che tipo di medico voglio essere, come mi dovrò comportare con i pazienti.

Ecco, nel momento stesso in cui la mia testa si riempie di questi interrogativi, e di altri del genere, io mi incazzo. Si, e sapete perché? Perché semplicemente non mi interessano. Perché l’unica cosa che mi interessa è curare la gente. Neanche salvare vite. È un controsenso, non si può salvare una vita, a meno che qualcuno non abbia inventato l’elisir dell’immortalità, e allora sì che è possibile, ma a quanto mi risulta ciò non è avvenuto. Al massimo si può cercare di tardare il più possibile la morte.

Io voglio solo avere cura della gente. Non voglio nient’altro. Niente carriera, niente regali…Davvero, ho maturato una certa intolleranza nei confronti dei costosissimi cesti che la gente manda in sacrificio (in genere a Natale) per ringraziare e propiziarsi il dio-medico. Magari non fanno la spesa per una settimana, ma il regalo costoso al dottore, quello si fa! Sennò poi pare male…E se si offende? La sua ira si abbatterà su tutti voi, attenti, dunque, inutili mortali!

Ma stiamo scherzando? Nei miei sogni il medico non porta il camice, il medico è una persona e non un dio, il medico sta in mezzo ai pazienti e conosce le loro storie. Il medico È un paziente. Come nel film Il grande cocomero, visto giusto ieri in facoltà. Non che la figura del medico incarnata dal protagonista, Arturo (interpretato da Sergio Castellitto) sia totalmente positiva, anzi. Ci si dovrebbe ancora lavorare su, e parecchio. Ma è un inizio. Lui non porta il camice. Si capisce fin da subito che è diverso. Diverso come persona, diverso l’approccio lavorativo, diversa la motivazione “che lo spinge ad alzarsi tutte le mattine”. Però è incredibilmente solo. Poi arriva Pippi, quella bambina così chiusa e riservata, scontrosa, diffidente. Un pò come lui. Arturo si interessa alla sua storia. E la cura. Ma soprattutto lei, Pippi, cura Arturo.

Nei mei sogni non c’è un medico più importante di un altro. Nei miei sogni i medici sono medici per passione.

Sembra un idillio, la mia idea, ma non lo è. Se fosse un idillio non esisterebbe la morte e invece il medico, nei miei sogni, ha a che fare con lei ogni giorno.

Sembra un’utopia, la mia idea. E infatti è così.

Perché in realtà, chi ha dei sogni, chi ha degli ideali, in questa società non sopravvive. O si adatta o soccombe.

Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti
la salute per me li aveva lasciati
coi fiori di neve che avevan perduti.

Un sogno, fu un sogno ma non durò poco
per questo giurai che avrei fatto il dottore
e non per un dio ma nemmeno per gioco:
perché i ciliegi tornassero in fiore,
perché i ciliegi tornassero in fiore.

E quando dottore lo fui finalmente
non volli tradire il bambino per l’uomo
e vennero in tanti e si chiamavano “gente”
ciliegi malati in ogni stagione.

E i colleghi d’accordo i colleghi contenti
nel leggermi in cuore tanta voglia d’amare
mi spedirono il meglio dei loro clienti
con la diagnosi in faccia e per tutti era uguale:
ammalato di fame incapace a pagare.

E allora capii fui costretto a capire
che fare il dottore è soltanto un mestiere
che la scienza non puoi regalarla alla gente
se non vuoi ammalarti dell’identico male,
se non vuoi che il sistema ti pigli per fame.

E il sistema sicuro è pigliarti per fame
nei tuoi figli in tua moglie che ormai ti disprezza,
perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve,
l’etichetta diceva: elisir di giovinezza.

E un giudice, un giudice con la faccia da uomo
mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione
inutile al mondo ed alle mie dita
bollato per sempre truffatore imbroglione
dottor professor truffatore imbroglione.

Sinceramente, preferirei l’esilio.

A.S.

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